È il coro l'ultima frontiera del pop

BRUNO RUFFILLI
TORINO

E’ la più straniante cover dei Radiohead mai ascoltata. Altro che Vasco Rossi: qui Creep diventa un incanto di voci angeliche che s’intrecciano con un malinconico pianoforte; poi arriva quel ritornello, «You are so fucking special» e le telecamere indugiano sui volti nordici di sessanta ragazze tra i 18 e i 28 anni. È il video su YouTube di un concerto di Scala & Kolacny Brothers, ma c’è da scommettere che il coro belga diventerà famoso per un’altra clip: il trailer di Social Network, che arriverà in autunno in Italia. Nella colonna sonora del film con Justin Timberlake c’è ancora Creep, tuttavia la discografia dell’ensemble è assai più vasta: comprende svariati singoli e nove album, dal vivo e in studio. Nel Nord Europa è molto frequente, anche oggi, che ragazzi e adulti si ritrovino una o due volte alla settimana per cantare, quindi i cori amatoriali sono numerosi.
Scala & Kolacny Brothers era nato così, nel ‘96, con un repertorio solo classico, e già quattro anni dopo aveva vinto un premio come miglior gruppo vocale del Belgio. Dopo un primo album di brani natalizi, la svolta arriva nel 2002 con On the Rocks: registrato dal vivo, contiene quindici cover, da Life on Mars di David Bowie ai Police (Every Breath you Take), da Smell Like Teen Spirit dei Nirvana a Kylie Minogue (Can’t Get you out of my Head). E anche Creep. Il disco entra in classifica, il coro guadagna copertine e servizi in tivù, ma per l’industria discografica il Belgio è ai confini dell’impero. Tra i pochi contributi di valloni e fiamminghi al pop si ricorda ovviamente Jacques Brel, poi i Deus negli Anni Novanta e, all’inizio del secondo millennio, gli Hooverphonic (che con Scala& Kolacny Brothers suoneranno in diverse occasioni dal vivo).
Così la carriera delle ragazze, del pianista Steven Kolacny e del fratello Stijn, direttore del coro, continua in sordina, con molte partecipazioni a festival rock in tutta Europa e una sfilza sempre più lunga di premi (vinti però soprattutto per il repertorio classico, in primis Giovanni Pierluigi da Palestrina). Il capolavoro è del 2006: It All Leads to This, dal testo di una canzone degli inglesi Lamb. Il brano si chiama Gorecki ed era originariamente un omaggio molto obliquo al compositore polacco: batterie elettroniche, sintetizzatori, un crescendo implacabile e su tutto la voce di Lou Rhodes. Era stato un singolo di successo, dieci anni prima, e uno dei brani storici del trip hop. La versione del coro belga è insieme trionfale e minimalistica: solenne negli intrecci vocali, ha una linea melodica appena accennata dal piano; alla fine, per un curioso corto circuito di generi e stili, sembra davvero una composizione di Gorecki.
Anche in questo album compaiono i Radiohead: stavolta con Everything in its Right Place, da Kid A. Poi ci sono Depeche Mode, Coldplay, Alanis Morissette, Kaiser Chiefs, Kraftwerk e altri. «La scelta dei brani - spiega Steven Kolacny - segue regole precise: deve piacerci non solo la canzone, ma anche la band; dev’essere possibile arrangiarla per solo piano, dev’essere una sfida dal punto di vista vocale, deve avere dei testi interessanti anche per le ragazze che la cantano». Tutto ragionevolissimo, ma allora come si spiegano le cover di The Beautiful People di Marilyn Manson e di Engel dei tostissimi tedeschi Rammstein? Se Paper Plane (2008) contiene solo originali, con il doppio album Circle, uscito qualche settimana, Scala & Kolacny Brothers si dividono tra un disco di brani altrui e uno di pezzi inediti. Meglio il primo, con Metallica e Leonard Cohen, mentre il secondo parte con ambizioni classiche ma finisce per assomigliare molto alla new age. Loro la prendono con filosofia: «Suonate al piano - osserva ancora Kolacny - una canzone degli U2 e un Lied di Schubert non sono così diversi. E il pop dovrà passare l’esame della storia: molte band verranno dimenticate, ma i Radiohead saranno la musica classica di domani».

http://www3.lastampa.it/musica/sezioni/news/articolo/lstp/277992/

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