Amy Winehouse, il giovane miracolo mandato al macello dal suo entourage

ROMA - Il mondo musicale ha perso più di quanto finora sia stato disposto ad ammettere. Amy Winehouse era davvero un grande talento, offuscato negli ultimi cinque anni da tristi vicende personali, l’occhio spietato dei tabloid puntato su ogni sua smorfia e miseria avevano trasformato questo giovane miracolo in un fenomeno da baraccone, la pressione di un tour affrontato senza averne la forza l’aveva definitivamente privata di dignità, e più si sentiva insicura più lei affondava.
La sua carriera è finita non con un applauso ma con un fischio, a giugno, in quella penosa esibizione di Belgrado dove sbandava sul palco, biascicava parole, perdeva il controllo sul corpo e sulla mente, si disfaceva pubblicamente. E guardandola veniva da chiedersi chi avesse avuto il coraggio di mandarla così al macello, e veniva da rispondersi che finché avesse avuto accanto persone che anteponevano gli affari al suo benessere non si sarebbe potuta salvare.
Ai tempi di “Frank”, esordio del 2003, la Winehouse portava con fierezza e sfrontata sensualità la sua taglia 48, dopo il successo di “Back to Black”(oltre dieci milioni di copie vendute) era ridotta all’osso, una magrezza così insana da rivelare gravi problemi di alcol, droga, depressione e disordini alimentari. Cancellava concerti raccontando di essere stanca o indisposta, salvo poi farsi beccare dai fotografi inchiodata ai banconi dei bar londinesi e guadagnarsi il soprannome di Camden Caner. Amy, la sballata di Camden, la ragazza con il bicchiere sempre in mano, pronta a baciare chiunque le offrisse uno shot di tequila, Amy che si scolava una bottiglia nel market all’angolo, Amy con l’eyeliner sciolto giù per il viso e i denti rotti, dentro e fuori la riabilitazione, dentro e fuori relazioni sbagliate, Amy che moriva a dirotto.
Da tempo si attendeva un nuovo disco. Più l’aspettativa cresceva più in lei aumentava la paura di deluderla e rinviava. Si parlava di un disco reggae, inciso durante la lunga vacanza sull’isola caraibica di Santa Lucia, di un duetto con Tony Bennett, di provini con Mark Ronson e altri colleghi, tutte cose di cui forse non andava fiera e che vedremo sicuramente pubblicate, tirate fuori dal cilindro a ogni prossima commemorazione. Non saranno questi brani, né il modo in cui se ne è andata, né la esclusiva tessera associativa al club dei 27, che la consegneranno alla storia della musica leggera. 
Amy Winehouse ha rotto la monotonia della proposta musicale di questo decennio riportando in voga un sound retrò, la moda anni ’50, con spirito nuovo. E’ stata un’artista con identità, carisma, e non solo interprete ma autrice dotata, da sola ha composto, arrangiato, scritto testi, e in concerto, finché è stata lucida, ha voluto proporre le sue canzoni in un set essenziale e per questo strabiliante. Era inglese ma sembrava afro-americana, era melodica e non melensa, a vent’anni aveva il respiro vissuto di una cinquantenne, possedeva una voce soul-jazz d’altri tempi e un malessere tutto contemporaneo, ha regalato un pop sofisticato e personale in cui convergevano i suoi modelli Ray Charles e Donny Hathaway, Lauryn Hill, la rotondità, la pienezza vocale e i cuori spezzati di Dinah Washington, Sarah Vaughan, Billie Holiday.
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