Nella Chiesa privata di Sinéad O'Connor

"I'm not bossy, i'm the boss"
Se il nostro tempo fosse stato Medioevo (per molti aspetti ci siamo ancora dentro) la cantante irlandese Sinead O'Connor sarebbe stata subito inserita in una lista di eretiche donne perdute destinate al rogo tanto la sua figura è una spina nel fianco del sistema che l'ha subito emarginata ed etichettata come diversa a causa di un essere comunque contro tutto e tutti. Anarchica, ribelle, folle, aggressiva, diva, madre, lesbica e moglie di nessun marito, "santa e puttana" l'artista è oggi diventata Suor Bernadette Marie (e anche prete della chiesa Latin Tridentine scomunicata da Roma) in un delirio che in passato l'aveva persino spinta al suicidio.
Sin dal titolo del disco in uscita a metà agosto prossimo ma già disponibile nei file sharing, Sinéad O'Connor prende posizione a favore del movimento femminile "Ban Bossy" creato su Facebook da Sheryl Sandberg (la messa al bando del termine "bossy" che sta ad indicare prepotenza e sopraffazione) che ha visto molte personalità dello spettacolo (in testa Beyoncé), della politica e della letteratura. Per l'occasione sfodera un look da Giovanna d'Arco, algida guerriera del rock che ha per spada una chitarra con la quale combattere i suoi detrattori. E lo fa sin dall'apertura di "I'm not bossy, i'm the boss" con "How about / Be me" un magnifico brano che cita quella forza portentosa che era il suo vecchio "Nothing compares 2 you" portato in trionfo da Prince nel 1990. La stessa atmosfera viene ripresa successivamente con la bella "8 Good Reasons" che sa continuare il bel sogno di un'artista che non cede mai le armi. La sua voce è ancora tonica e le sue composizioni all'altezza di una scrittura da tempi classici. Come quando fa incalzare le sue corde vocali nella notevole "Your green jacket" che ha la forza dei Simple Minds a braccetto con U2.
Sinéad O'Connor ha una forza interiore ancora straordinaria e colma di spiritualità quando urla l'amore in "The Vishnu room" (con questo titolo avrebbe dovuto uscire il disco) che sa trascinare come il miglior Peter Gabriel di "Biko" ed è altissima autrice e interprete quando affronta "Harbour", uno dei deliranti vertici dell'intero disco. Porta spesso nelle canzoni il suo quotidiano, le sue apprensioni e il suo dolore che traduce nella forza del rock in "rThe voice of my doctor". Con la forza del blues che diventa ritmo ossessivo rendo omaggio all'Africa con "James Brown" facendosi accompagnare da Seun Kuti, figlio di Fela e oggi leader degli Egypt 80 ma con la stessa forza cerca continua a cercare ispirazione nella sua fede cantando sempre con la forza contraddistingue il suo battagliero rock: "Take me to the Church"
http://www.ilquotidiano.it/articoli/2014/07/15/121408/nella-chiesa-privata-di-sinead-oconnor
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