Joan Baez, la regina del folk

In fondo lei è la prima a saperlo. Gli anni Sessanta, gli anni in cui il suo volto limpido e carismatico esplose come un’immagine radiosa nell’immaginario giovanile, quando la sua cristallina voce da pasionaria del folk infiammava i movimenti rivoluzionari, sono stati un periodo meraviglioso e irripetibile. Eppure, immancabilmente, i protagonisti di quell’era portano ancora oggi addosso i segni della responsabilità, le tracce indistruttibili di una visione della musica come strumento di persuasione e cambiamento.
Joan Baez era, ed è tuttora, un simbolo penetrante, avvincente, poco sgualcito dal tempo. La sua aura è densa di integrità, onestà, pulizia. Fu lei a guidare sul palco l’ancora timido Bob Dylan che cominciava a balbettare quello che sarebbe stato il più intenso e mirabolante canzoniere della nuova era. E iniziò un sodalizio che fu d’arte e d’amore anche se, come raccontano le cronache del tempo, Dylan non fu con lei un esempio di correttezza e riconoscenza. Anzi, ma lei non ha smesso di pensare che fosse in assoluto il più grande tra gli artisti dell’epoca (e anni dopo accettò di tornare in tour con lui). Fu lei, insieme a personaggi come Pete Seeger e Phil Ochs, a dare un senso alla militanza che voleva la nuova musica a fianco delle battaglie che in America si svolgevano per cambiare il mondo, per i diritti civili, per l’eguaglianza, per la giustizia sociale, contro la guerra in Vietnam, contro la discriminazione razziale. Fu lei a cantare come un angelo spiritato We shall overcome, che divenne la più famosa e coinvolgente canzone pacifista dell’epoca. Fu lei a rimproverare Dylan quando il sommo poeta sfuggiva, si nascondeva, rifiutava il suo ruolo di leader artistico delle trasformazioni in corso. Fu lei ad allargare il suo sguardo fuori dalla centralità americana, a interessarsi alle tradizioni di altri popoli, a scoprire una canzone italiana come C’era un ragazzo che come me… e capirne la portata (molti anni dopo del resto ha cantato anche De Andrè). Fu lei a dare voce alla musica di Morricone che accompagnava le vicende terribili e maestose che portarono all’ingiusta morte di Sacco e Vanzetti.
Joan Baez, oggi una gran bella signora, che porta i suoi anni con dignità e intelligenza, potrà essere ammirata martedì sera (10 marzo) sul palcoscenico della sala Santa Cecilia del Parco della Musica. Ha smesso di scrivere canzoni nuove da almeno 25 anni, ma lo confessa con disarmante candore: perché farlo se non ho più l’ispirazione di un tempo? Ma continua a cercare canzoni importanti in giro per il mondo, continua a guardarsi intorno con la consapevolezza intellettuale di un’artista che non smette di pensare al suo mestiere come un veicolo di idee ed emozioni. Anzi, continua a farlo convinta che tanto più il mondo si imbarbarisce e perde i suoi ideali, tanto più c’è bisogno di bellezza. È lucida e attenta, sensibile, dolce, e ben decisa a compiacere il pubblico che va ad ascoltarla dosando con cura i vecchi classici e le cose nuove che ha voglia di proporre. A suo modo è ancora una militante, anche se il mondo circostante ha cercato di vanificare questa possibilità.
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