Vincent Cassel: "Questa società è neopuritana"

L'attore, reduce da Cannes con Garrone e Maïwenn, è ora protagonista di un film scabroso in cui è un adulto che s'innamora della figlia adolescente dell'amico
PARIGI. «Noi padri moderni dobbiamo interpretare tanti ruoli, non ci sono più schemi e distanze di un tempo. Con le mie figlie ho sviluppato una grande complicità». Vincent Cassel mostra il suo lato più dolce e intimo, quello di papà. Nella commedia Un moment d'égarement , appena uscita in Francia e che arriverà da noi dopo l'estate, Cassel è un padre confuso, sedotto dalla figlia adolescente del suo migliore amico, interpretato da François Cluzet. È il remake del film di Claude Berri del 1977 che all'epoca provocò scandalo. «Oggi la storia non è socialmente più accettabile, anzi» osserva l'attore.
Cassel vive un momento professionale molto intenso. Era a Cannes con Il racconto dei racconti e Mon roi (di Maïwenn), è stato chiamato nel nuovo film di Xavier Dolan e ha molti progetti in Brasile, dove si è trasferito continuando però a fare la spola con Parigi per occuparsi di Deva e Léonie, le figlie di 11 e 5 anni avute con Monica Bellucci. La coppia, separata dopo diciotto anni di vita comune, potrebbe ricomporsi sul set. «Con Monica abbiamo lavorato tanto insieme. Sogno di fare un altro film con lei» dice Cassel in un italiano perfetto.
S'immagina avere una sbandata per una ragazzina come Laurent nel film?
«Capisco una debolezza. Ma non avrei voluto recitare un finale in cui dico al mio amico: "Mi dispiace, amo tua figlia, vado a vivere con lei". Non ci credo. Lo trovo ridicolo, è un modo di mentire a se stessi».
Era più facile parlare di una storia del genere negli anni 70?
«Allora c'era appena stata la liberazione sessuale, si discuteva del caso Polanski. Alcuni eccessi erano in qualche modo tollerati. Oggi la società non accetta che un uomo di 50 anni abbia una relazione con una ragazzina di 15. Nel nostro film gli anni di lei sono diventati 17, c'è solo una scena di sesso e Laurent ha subito coscienza dell'errore».
Avete censurato il copione originale?
«Non volevamo fare una commedia solo maschile, e per questo abbiamo preso una scenegg iatrice , Lisa Azuelos. Ma ci accusano ugualmente di sessismo. Viviamo in un'epoca di neopuritanesimo».
Se si trovasse nella parte di Cluzet, il padre della figlia sedotta?
«Prenderei a pugni il mio amico: non concepisco che un maschio della mia età possa proiettarsi nel futuro con un'adolescente. Per fortuna Deva e Léonie sono ancora piccole. Anche se le bambine maturano presto. Hanno già l'istinto materno, una gravità sul senso della vita che i loro coetanei non hanno».
Che tipo di genitore è?
«Vorrei che le mie figlie imparassero a conoscermi meglio di quanto io abbia potuto fare con mio padre (l'attore Jean-Pierre Cassel, ndr ). La mia generazione non ha mai giocato con i propri genitori. C'erano autorità e distanza. Io sono amico delle mie bambine. E attraverso il rimescolamento di generi, quando Monica non c'è, sono un po' mamma, un po' papà».
Com'è stato girare con Garrone?
«È charmant . Ho ammirato la sua voglia di lanciarsi in un'avventura così matta, qualcosa che non esiste nell'attuale cinematografia. Il film, per la sua dimensione artigianale, mi fa pensare a Mario Bava, Dario Argento».
Delusi da Cannes?
«Spesso i premi sono scelte politiche o di opportunità. Forse la giuria ha considerato che Garrone aveva già avuto altri premi in passato».
Ha visto il film di Sorrentino?
«Non ancora, ma lo farò perché mi piace molto. Vedo che talvolta è attaccato dai giornalisti italiani per i suoi continui riferimenti a Fellini. A me paiono bellissime citazioni. E trovo comunque ambiziosa la sua voglia di fare film diversi, su temi non della sua generazione».
Segue il cinema italiano?
«Mi sono formato attraverso i vostri film, quelli tra gli anni 40 e i 70, e i grandi registi italo-americani. Sono impregnato d'Italia. Mi dispiace vedere lo stato in cui è ridotto oggi il vostro cinema, so delle difficoltà. Mi tengo informato: le mie figlie sono italiane...».
Vent'anni fa girava "L'Odio" con Mathieu Kassovitz. Cosa resta di quel film?
«È ancora attuale nel raccontare una parte della gioventù che si sente ai margini. In Francia e non solo. Il film era in qualche modo un'utopia: c'erano un ebreo, un musulmano e un cattolico. So che Mathieu pensa a L'Odio 2 . Per un eventuale sequel dovremmo tenere conto di Internet e social, ma soprattuto di come la religione sia entrata nel tessuto sociale delle banlieue».
Il premier Manuel Valls ha parlato di "apartheid" nelle periferie. È d'accordo?
«È come parlare di Hitler a sproposito. Non mi piace usare nomi gravi solo per rafforzare un concetto: così si diluisce il senso di parole che dovrebbero essere usate con parsimonia».
http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2015/06/26/news/cassel-117713297/
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