Thom Yorke ti insegna a diventare grande. Sparendo

Al Club to Club di Torino io c’ero. Lui c’era. Eppure non lo ricordo per niente. Dunque, finalmente, ce l’ha fatta.
I Radiohead quando salgono sul palco quasi neanche te ne accorgi. Non sono come certi rapper che per farsi notare si coprono di catenazze d’oro, acchiappano la culona più svestita di tutte, sparano e sgommano in limo gigantesche. O come quei metallari che nei loro concerti sparano razzi e si dimenano in mezzo alle colonne di fuoco. No, niente di tutto questo. I Radiohead semplicemente appaiono, neanche te ne accorgi, poi sono lì e stanno suonando. Sembra un dettaglio eppure ti fa capire tutto di loro. E forse ti spiega anche perché Thom Yorke, che dei Radiohead è il cantante, l’uomo carismatico, il frontman, il leader, etc etc, questo novembre quando si è esibito sul palco del Club to Club di Torino è letteralmente scomparso.
How to disappear completely è una traccia di Kid A, il disco con cui i Radiohead nell’anno 2000 sono scomparsi dal successo che avevano avuto con Ok Computer, incassandone uno forse più grande, di certo più duraturo. Ma quella è un’altra storia: la traccia, non la più bella del disco, è forse la più importante per capire il gruppo.
Il titolo riprende quello di un un libro di strategia della sparizione, che ti spiega come cominciare da zero con una nuova vita, una nuova identità. Come qualcuno ancora si immagina abbia fatto Richey Edwards, cantante e chitarrista dei Manic Street Preachers, che un giorno del 1995 semplicemente scomparve, a cui la canzone in qualche modo è dedicata. Michael Stipe dei R.E.M., tra i primi a credere nei Radiohead tanto da portarseli dietro come gruppo d’apertura proprio nel ’95, quando avevano appena pubblicato il loro secondo disco The Bends, qualche anno più tardi spiegò a Thom Yorke come sopravvivvere all’incredibile stress che il successo di Ok Computer (1997) gli stava provocando, chiudendo gli occhi e ripetendo una frase che è diventato il mantra di How to disappear completely: “I’m not here, this is not happening”.
Sparire, proprio come i Radiohead hanno fatto sparire Creep, la canzone con cui ci hanno spaccato il cuore negli anni Novanta, uno di quei brani che negli articoli e nei libri di musica vengono usualmente etichettati come “inno generazionale”. Sparita. Thom è diventato grande facendo sparire il suo pezzo più famoso. E sparendo a sua volta. Quasi un controcanto di quello che era successo ai Nirvana, il più grande gruppo scaturito dall’underground prima dei Radiohead. It’s better to burn than to fade away, scrisse Kurt Cobain, nella sua lettera d’addio, citando Neil Young. Ma Thom Yorke non è mai voluto essere Kurt Cobain. Al massimo, puoi immaginare, qualunque fine abbia fatto Richey Edwards dei Manic Street Preachers, forse Thom in fondo voleva essere lui. How to disappear completely and never be found.
Della notte al Lingotto non ricordo Thom Yorke. Ricordo i Battles, che hanno pestato come dannati, schitarrando sui loop dolci e ripetitivi, picchiando duro su Atlas davanti a un pubblico che forse non capiva, come mai, in un evento che ha la parola “Club” per due volte dentro al nome, ci fossero questi che ti fanno venire voglia di pogare. Mi ricordo Four Tet, uguale a se stesso, piegato sui suoi marchingegni. Mi ricordo Jamie Xx, che ha fatto un dischetto bello bello, che ti entra dentro ma senza rigirare la lama, e se il giorno dopo chiedevi a chiunque cosa ne pensasse, del suo live, ti rispondeva con la stessa identica cosa, “emozionante”, “emozionante”, “emozionante”, come un passaparola che si trasforma in epiteto. L’emozionante live di Jamie Xx, praticamente un titolo. Ricordo tutto, ma non ricordo Thom Yorke, avvolto dal fumo, sovrastato dal muro delle videoproiezioni, ovattato nel pubblico acclamante sudante danzante. So che c’era, che c’ero io, che eravamo geograficamente vicini, quasi attigui. Che ha fatto pezzi vecchi e pezzi nuovi, che (per fortuna) non ha fatto niente dei Radiohead, che (per sfortuna) ha fatto qualcosa degli Atoms for Peace, ma non ricordo altro.
Thom ce l’ha fatta. Ha vinto lui.
È sparito. Completely.
E così è diventato grande.
PS ringrazio Absolut Vodka per l’invito al C2C e per l’ospitalità nell’Absolut Symposium, un festival dentro al festival che vive in un hotel a due passi dal Lingotto dove si sta benissimo, si beve benissimo, si fa colazione dalle 4 alle 10 del mattino e dove la musica non finisce mai, neanche e soprattutto nelle ore che di solito si dedicano al sonno. Io, che per farmi abbracciare da Morfeo solitamente sparo a palla Down on the upside dei Soundgarden, non dormivo così bene da quando mi accampai, per errore, a due passi dal palco drum ‘n’ bass dello Sziget di Budapest, dove la musica attaccava il primo giorno del Festival e, per quanto ne so io, non ha mai smesso di suonare.
http://www.gqitalia.it/show/musica/2015/11/13/thom-yorke-ti-insegna-diventare-grande-sparendo/
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