Che chiunque possa scrivere, esprimere opinioni, pensieri ed essere per giunta seguito, ne siamo testimoni. I libri scritti da starlette della tv, da trans analfabeti, calciatori e giornalisti redenti, affollano le librerie.
A volte più che scaffali di narrativa, sembrano centri commerciali con vecchie VHS in svendita. A noi piace il concetto che la promulgazione culturale sia ad unico appannaggio di chi ne ha le capacità; e questo dovrebbe valere per tutte le arti in genere. Basta con le veline che non sanno cosa sia un pordebra, basta con cantanti che credono di essere intonati perché una volta all’anno si esibiscono con la hit Tanti auguri a te, basta con i giornalisti improvvisati. Facciamo epurazione, e se volete cominciate proprio da me: il più improvvisato degli improvvisati. Io come James Franco, ho trovato la mia isola felice in quello che è il campo neutro delle arti: la scrittura. Peccato che per me fosse l’ultima spiaggia, mentre per lui, un modo per ostentare una versatilità che completa il cerchio di bellezza fisica e bravura artistica. Infatti su ESQUIRE è stato pubblicato un racconto targato James Franco; un’avventura che testimonia la perdita di tutto ciò che si possiede per poter scoprire il significato delle piccole cose che ci circondano. Come se madre natura non lo avesse già riempito di talenti, il bel James, è riuscito a essere credibile anche in questa veste esclusiva, ricevendo lodi da critica e pubblico.
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