La Bambola secondo Madonna (e secondo me)

E niente, Madonna ha cantato La bambola di Patty Pravo per Dolce & Gabbana, e il web ha fatto esattamente ciò che il web sa fare meglio: ha tirato merda.

“È cringe!”

“Ha rovinato l’originale!”

“Che orrore, Patty tutta la vita!”

“Ha storpiato alcune parole dell'italiano!”

“Basta Madonna, ritirati!”

Oh!

Ma 'sto cringe, ce lo spieghiamo una volta per tutte o no?

“Cringe” in teoria vuol dire qualcosa di così imbarazzante da farti ritrarre le spalle, tipo uno che si mette a recitare Shakespeare davanti al McDonald’s vestito da elfo.

Ma oggi lo usano come un'etichetta a caso, una parola/scudo per giudicare senza argomentare, per dire “non mi piace” senza avere il coraggio di dirlo con la propria voce.

Lo chiamano cringe, ma in realtà è il vostro disagio personale travestito da ironia da amebe.

E diciamola tutta:

Madonna è tutto, tranne cringe.

Perché il vero imbarazzo è continuare a insultare una donna che fa semplicemente quello che ha sempre fatto:

esistere liberamente.

Intanto partiamo da qui:

Patty Pravo è un’icona, punto.

La bambola del 1968 è un brano storico, inciso con la voce e l’attitudine di una delle interpreti italiane più raffinate e misteriose.

Ma vi è mai venuto in mente che omaggio non significa imitazione?

Madonna non ha rifatto Patty Pravo.

Ha fatto Madonna che canta La bambola.

E lo ha fatto con: una pronuncia straniera, certo, ma affettuosa, un arrangiamento completamente diverso, lento, caldo, sensuale, quasi spagnoleggiante, una voce più bassa del suo solito, non perché “non ci arriva”, ma perché ha deciso di mettere una donna matura dentro un brano che, all’epoca, usciva dalla bocca di una ragazza usata e gettata.

E poi parliamoci chiaro: quanti italiani hanno cantato in inglese negli ultimi 60 anni e hanno fatto ride’ i polli?

Eppure nessuno li ha crocifissi.

Quando un artista italiano s’inventa madrelingua inglese e sputa fuori suoni inventati tipo "ai uonna bi fri" lo chiamiamo "ambizione internazionale".

Ma se Madonna canta in italiano con qualche inflessione americana, diventa subito “ridicola”, “inaccettabile”, “una che non sa pronunciare”.

Siamo stronzi. È oggettivo.

E lo spot?

È un piccolo corto.

E La bambola non è lei.

La bambola è il ragazzo.

Lei e l'attore co protagonista se lo portano a casa, se lo mettono sul divano come accessorio. È tutto ribaltato: la donna oggetto diventa soggetto. E ci gioca pure.

Perché Madonna non ha mai avuto bisogno di spiegare la provocazione.La provoca, senza farci caso.

E ora il punto vero.

Madonna ha iniziato la sua carriera con gente che le urlava dietro che era una zoccola senza talento.

Poi che non sapeva cantare.

Poi che era troppo in carne e meridionale.

Poi che era troppo muscolosa.

Poi che ne tirava dietro troppe alla chiesa cattolica (dalle torto...)

Poi che era troppo erotica.

Poi che era troppo madre.

Poi che era troppo rifatta.

Ora che è troppo vecchia.

La verità?

Non è mai stata troppo.

È solo stata sempre Madonna, e questo fa rosicare.

Madonna è un’anima punk.

Fa quello che le pare.

Non provoca: esiste.

E siccome la gente non regge le donne che esistono fuori dagli schemi, ogni cosa che fa diventa automaticamente “una provocazione”.

Più la insultano, più la minimizzano, più lei resiste.

E più resiste, più il suo personaggio diventa leggenda.

Quindi la cover di La bambola è bella?

Si! Anzi, meglio: è Madonna. Col suo stile, le sue scelte, la sua voce dolente e bassa, e quella forza che solo chi non deve dimostrare più nulla a nessuno si può permettere.

E se vi sembra “cringe”, fatevelo dire:

il problema non è lei.

Il problema siete voi.




Lupin4th

Da Twin Peaks a Hannibal: Come è cambiato l’Abisso

“We are like the dreamer who dreams and then lives inside the dream. But who is the dreamer?”

(Twin Peaks: The Return)

Una lettera d’amore e di disincanto alla serialità televisiva moderna. Di Lupin4th

Il primo squarcio nel velo: Twin Peaks

Nel 1990 accadde qualcosa di irreversibile: Twin Peaks andò in onda. E nulla, nella storia della televisione, fu mai più lo stesso.

La gente pensava di assistere a un giallo. Una liceale trovata morta, una cittadina apparentemente normale, e un agente dell’FBI dalla gentilezza zen. Ma in realtà stava succedendo un’altra cosa: il Male — quello archetipo, quello mitologico — entrava in salotto. Con i suoi demoni, i suoi sogni rovesciati, le sue logge nere e le sue madri che urlano nel vuoto.

David Lynch, il regista della contraddizione e del sogno liquido, fece qualcosa di mai visto prima: accettò un compromesso con la TV. Ma fu un compromesso solo apparente. Usò le regole del gioco — la soap, il melodramma, il formato episodico — per iniettare nel pubblico una dose letale di mistero metafisico.

Il risultato fu un’esplosione culturale. L’America, e poi il mondo, si fermarono. La domanda "Chi ha ucciso Laura Palmer?" divenne un rito collettivo, un mantra pop. Ma in realtà stavamo tutti cercando qualcos’altro: chi siamo davvero, sotto la maschera?

E Lynch rispondeva: "Siete il sogno di qualcuno che ha paura di svegliarsi."


L’Età dell’Oro della TV: il dopo Twin Peaks

Per anni dopo Twin Peaks, nessuno riuscì a replicare quella magia. La televisione tornò al suo ruolo: intrattenimento modulare, serialità usa-e-getta, gialli da 45 minuti con sigla catchy. Ma qualcosa era cambiato.

E nel 2000, si aprì una nuova era. L’Età dell’Oro. HBO, AMC, Showtime: le reti via cavo cominciarono a trattare la TV come un laboratorio autoriale. Le serie divennero romanzi visivi. Arrivarono I Soprano, Six Feet Under, The Wire, Breaking Bad. Non più episodi, ma capitoli. Non più personaggi, ma identità in evoluzione. La TV si fece adulta. E Twin Peaks, silenziosamente, sorrideva da dietro il sipario.


L’ascesa del thriller/horror seriale

E poi vennero loro. Le serie che scavano nell’anima e nella psiche, che non raccontano solo crimini, ma fratture dell’identità:

Hannibal, con la sua estetica da museo di arte macabra.

Mindhunter, che seziona il Male come un entomologo fa con un insetto.

True Detective, che cammina nella polvere esistenziale della Louisiana.

The Fall, The Outsider, Dark, The Haunting of Hill House...

Marianne (Francia), Equinox (Danimarca), 30 Coins (Spagna): serie internazionali che portano l’orrore nelle mitologie e nei traumi locali.

Tutte queste serie sono figlie bastarde e riconoscenti di Twin Peaks. Non sempre lo dicono. Ma lo sono. Hanno preso da Lynch:

la lentezza poetica

il disturbante che non è solo shock ma senso

la consapevolezza che il Male non è solo fuori, ma dentro, e sotto, e prima

Ma hanno fatto anche altro: hanno psichiatrizzato il racconto. L’abisso oggi non è più la Loggia Nera. È la dissociazione, il trauma, l’inconscio rimosso.


Dal mistero al controllo: cosa è cambiato davvero

Il pubblico è cambiato. Prima voleva essere ipnotizzato. Ora vuole capire. Prima bastava un incubo, ora serve una diagnosi.

Twin Peaks lasciava domande. Hannibal dà spiegazioni (e poi te le smonta con eleganza). Le serie moderne sono più strutturate, più consapevoli, più lucide. Ma anche, a volte, più fredde. Più disilluse. Più “perfette” — e quindi meno vive.

La differenza? Twin Peaks parlava al nostro inconscio collettivo. Le serie di oggi parlano alla nostra coscienza individuale.

Questo spostamento verso la spiegazione psicologica ha portato senza dubbio un arricchimento in termini di profondità analitica. Ma ha anche, in parte, sottratto mistero. Il Male non è più l’ospite invisibile: è il paziente da catalogare. Il senso non viene evocato: viene spesso esposto, verbalizzato, scomposto.

E forse abbiamo bisogno di entrambe le cose. Ma in fondo, una parte di noi vuole ancora sognare il pavimento a zig-zag e sentire il nano ballare al contrario.


L’abisso oggi ha cambiato forma

L’abisso c’è ancora. Solo che oggi ha un profilo psicologico, un nome clinico, una teoria junghiana. Ma quando spegni la luce, e resti solo con un’ombra nell’angolo della stanza…

…non ti viene in mente Hannibal. Ti viene in mente Laura Palmer, avvolta nella plastica, che ti guarda dagli occhi della morte.

E ti sussurra: “Fire walk with me.”

E da qualche parte, molto lontano da qui, una voce sogna ancora: “Siete il sogno di qualcuno che ha paura di svegliarsi.”

Lupin4th

Madonna - The Celebration Tour in Rio (Behind-the-scenes)

L’ipocrisia social: l'arte censurata, il porno camuffato celebrato

Navigando su Instagram, TikTok e Facebook negli ultimi mesi, mi sono imbattuto in una quantità impressionante di contenuti che mi hanno fatto riflettere. Ragazzi che si leccano le ascelle per “goliardia”, sfide tra amici dove il contatto fisico sfocia apertamente nel sensuale, video di accademie militari pieni di dinamiche di dominazione tra giovani uomini. Il tutto spacciato come intrattenimento innocuo.

Parallelamente, vedevo contenuti artistici, educativi o semplicemente autentici venire cancellati, bannati, oscurati.

Mi sono chiesto: com'è possibile che i social media censurino l'arte e l'espressione autentica, mentre lasciano circolare (e spesso spingono) contenuti che sono pornografia mascherata?

Non si tratta di attaccare chi crea quei video. Si tratta di smascherare l'ipocrisia delle piattaforme che selezionano ciò che è accettabile non in base all'etica, ma al profitto.

Questo articolo è un tentativo di analizzare e denunciare questa dinamica.

  • Instagram: la patria dei reel "goliardici" a sfondo sessuale, dei video fitness che puntano tutto su pose ambigue, dei feticismi travestiti da moda.

  • TikTok: l'epicentro delle challenge sessualizzate, dei balletti con messaggi impliciti, dell'algoritmo che ti porta contenuti altamente sessuali senza che tu li cerchi.

  • Facebook: meno immediato, più subdolo. Qui girano video "virali" e contenuti "educativi" che veicolano comunque dinamiche feticistiche o sessualizzate, specie in gruppi e pagine di nicchia.

Tutti sotto lo stesso tetto: quello di Meta, con algoritmi diversi ma filosofia comune.

Le piattaforme dichiarano di censurare contenuti sessuali espliciti per proteggere l'utenza. In realtà, la censura è applicata in modo selettivo e incoerente.

  • Una fotografia artistica di un corpo nudo? Bannata. (Come è successo al coreografo queer Alok Vaid-Menon, che ha visto rimosso un suo reel di danza contemporanea con abiti trasparenti.)

  • Un video di un ragazzo sudato in slip che si strofina contro un amico? Promosso. (Come quelli di profili da milioni di follower tipo [@footfetishguy] e [@militarybrosfun].)

  • Un post di educazione sessuale LGBTQ+? Penalizzato.

  • Una "challenge" in cui due ragazzi si solleticano in posizioni inequivocabili? In prima pagina.

Il problema non è il sesso. È la forma in cui viene presentato. Se è vendibile, viene promosso. Se invita alla riflessione o non è immediatamente redditizio, viene censurato.

"Quando la sensualità è funzionale al marketing, viene premiata. Quando è libera ed espressiva, viene punita." — Judith Butler


Fitness fetish:

  • Stretching esasperato, focus su zone erogene, pantaloncini aderenti più che pantaloni.

  • Esempio: account come [@gymtwinksquad] e [@mensstretchingworld], che mostrano "allenamenti" dove il vero protagonista è il corpo erotizzato.

Giochi goliardici:

  • Leccate, carezze, solletico tra amici. Sempre con doppio senso ben visibile.

  • Esempio: TikTok "Best Friend Challenges" dove due amici simulano baci o palpeggiamenti in slow motion.

Military kink:

  • Video di accademie militari con dinamiche di dominio-sottomissione mascherate da "discipline fisiche".

  • Esempio: Facebook, gruppi come "Cadet Pranks & Discipline" mostrano giovani soldati umiliati in mutande sotto pretesti goliardici.

Challenge sessualizzate:

  • Sfide che prevedono contatti fisici molto spinti, il tutto venduto come scherzi innocenti.

Foot fetish travestito:

  • Focus ossessivo su piedi, calzini sudati, scarpe, spesso giustificato come "moda" o "lifestyle".

  • Esempio: account Instagram come [@sockboysitaly] dove piedi e sudore sono protagonisti.

Moda fetish:

  • Shooting di moda e lifestyle che puntano sull'estetica esplicita del corpo come oggetto sessuale.

  • Esempio: TikTok, account tipo [@fashionloungeboys] con modelli in slip bagnati spacciati per "fashion model".


Perché questa ipocrisia è pericolosa? 

  • Riduce la sessualità a un meccanismo di marketing, togliendole autenticà.

  • Penalizza chi usa il corpo per esprimere arte, politica, identità.

  • Altera la percezione dei giovani sulla sessualità, insegnando che è accettabile solo se è non detta e strumentalizzata.

"Non è il sesso a essere censurato dai social, è la libertà autentica che minaccia il loro controllo sull'immaginario collettivo." — James Bridle

La libertà espressiva è sacrificata in nome del profitto.

Non serve censurare i corpi, i desideri o i giovani che si esprimono. Serve coerenza. Serve libertà vera: per l'arte, per l'identità, per la sessualità consapevole e autentica.

Finché lasceremo che siano gli algoritmi di Meta a diecidere cosa è accettabile, continueremo a vedere pornografia camuffata come innocente, mentre la vera espressione umana sarà soffocata.

Sta a noi riconoscere il meccanismo. E smascherarlo.