Che cosa significa gender?

Il termine italiano genere traduce l’anglosassone gender, introdotto nel contesto delle scienze umane e sociali per designare i molti e complessi modi in cui le differenze tra i sessi acquistano significato e diventano fattori strutturali nell’organizzazione della vita sociale. Il genere ha così assunto il ruolo di categoria di analisi e interpretazione della conformazione esclusivamente sociale dei ruoli maschili e femminili, applicabile quindi a donne e uomini, considerando le une e gli altri come insiemi ampi e articolati, attraversati da differenze di ceto, culturali, etniche, religiose, di orientamento sessuale, di età, ecc. Tale accezione del genere ha trovato un fertile terreno di sviluppo nel contesto degli studi del settore e dei movimenti femminista e delle donne, che, riconoscendone l’indubbia portata euristica, ne hanno problematizzato la funzione di categoria. Il genere infatti richiama l’identità quale carattere individuante in senso forte, laddove il concetto d’identità è tra i più discussi del femminismo contemporaneo occidentale, cioè nel contesto in cui gli studi di genere o Gender studies sono stati più vitali e innovativi. Il femminismo, come movimento e come riflessione teorica, è costitutivo degli studi di genere che si sono avviati proprio sull’onda lunga femminista. La presa di coscienza della pervasiva subordinazione della donna all’uomo, con l’impatto che ha avuto sul genere femminile, ha infatti attivato un’applicazione ampia e capillare della categoria di genere, coinvolgendo i modelli normativi e performativi della mascolinità. Il rapporto tra genere e identità nella tradizione patriarcale e «logofallocentrica» s’innesta sul sesso inteso in senso biologico e naturalista, quale matrice di un complesso di caratteri identificanti il soggetto uomo e il soggetto donna. A questa accezione di genere, consolidatasi con gli sviluppi della scienza moderna, Simone de Beauvoir dedica in Il secondo sesso (1949) un capitolo della parte iniziale Destino, quel destino scandito per la donna da un’identità di genere inferiore, subordinata e dipendente rispetto a quella maschile, dove il maschile è assunto quale prototipo di umanità.
Il genere come categoria. Nei vari contesti di ricerca in cui è oggi usata, la categoria di genere problematizza l’identità sessuale naturalisticamente intesa, per cui il genere sta a indicare i comportamenti associati o attribuiti all’identità sessuale, quindi i condizionamenti esercitati dalla società e dalla cultura sulla conformazione dei ruoli maschili e femminili. In termini più diretti il genere induce a seguire le linee di condotta ritenute consone a un sesso o all’altro, laddove l’orientamento sessuale indirizza il desiderio in senso etero e/o omosessuale, e/o transessuale. Quindi, per identità di genere s’intende l’insieme dei comportamenti collegati all’essere femmina e all’essere maschio che concorrono a definire l’ap­partenenza al genere maschile o femminile anche riguardo alla percezione individuale del sé. In tutte le loro filiere gli studi di genere contestano l’assunzione del genere quale dato ontologico e l’accezione essenzialista del genere che fa leva sul nesso rigido e immodificabile tra apparato biologico sessuale (natura) e l’identità a esso associata (cultura). Il genere tende in sintesi a conformarsi, come hanno mostrato le teorie costruttiviste e decostruttiviste sviluppatesi a partire da Foucault, sui modelli culturali, i valori, l’educazione, i saperi che improntano gli apparati di potere, ed è quindi plasmato dal linguaggio. Larga parte del femminismo contemporaneo ha attinto a questa teoria che scardina l’idea di natura umana e di sessualità a essa collegata, considerandole retaggio di una cultura teologico/metafisica attestata sull’eterosessualità normativa, regolata dalla binarietà ‘sgemba’ maschile/femminile. Alla femministe interessa che il sistema possa essere scardinato attraverso le sue stesse categorie. Il dispositivo sessuale binario, infatti, nell’imporre la norma eterosessuale determina una trasgressione nominando le perversioni per bandirle, e per ciò stesso riattivando il desiderio proprio in tale direzione, dato che le perversioni non sono meri atti, ma fonte di desideri che coinvolgono eterosessuali di entrambi i generi. Da qui il cortocircuito tra genere, sessualità e desiderio. In questa rilettura di Foucault sul genere il femminismo, soprattutto lesbico, rileva come lo stesso Foucault elide il desiderio femminile non dandogli modo di autoesprimersi. Judith Butler, Eve Kosofsky Sedgwick e Donna Haraway hanno proposto alcune vie provocatorie per ripensare la soggettività sessuale sul genere. Per Butler, essendo le identità sessuali e di genere performate dal linguaggio, il genere non ha un origine né è uno status o un ‘fare’ ascrivibile a un soggetto preesistente all’azione (Scambi di genere, 2004), ma nasce dall’imitazione ed è costruito come un travestimento. Le donne devono autorappresentarsi come donne per diventare soggetti politici femministi, cioè capaci di agire in funzione della liberazione del desiderio, partecipando alla recita dei genere per dislocarne le norme. Dalla critica alle concezioni dualiste del genere (maschile/femminile, natura/cultura, sesso/genere, corpo/identità, ecc.), che occultavano le identità non incasellabili in schemi binari, le femministe sono giunte alla messa in discussione tout court dell’identità di genere.
La maggiore utilità euristica della categoria di genere emerge oggi proprio nell’indagine sui vari campi e forme di relazionalità, combinazione e ibridazione tra maschile e femminile. Infatti, le ricerche, condotte su nuovi campi e in maniera sempre più analitica, sulla costruzione dell’identità di genere e sulle sue diverse conformazioni, hanno sollecitato il superamento di una più o meno tendenziale chiusura identitaria e autoreferenzialità dei movimenti femminista e omosessuale, che, al di là delle tensioni interne, erano esposti al rischio di escludere quelle che le scienze sociali indicano come forme di soggettività collettiva. Rischio che correvano pure gli studi di genere di settore: su donne (Women studies e di storia delle donne), uomini (Men studies), omosessuali e lesbiche (Queer studies) e cambi di genere (Transgender studies). Da tale punto di vista i Queer studies e i Transgender studies si sono rivelati più innovativi e propositivi, anche perché fanno riferimento a situazioni in cui la non coincidenza dell’identità di genere con il sesso biologico dispone a una serie di rapporti differenziati tra identità di g. e identità sessuale. Laddove l’omosessualità è un orientamento sessuale verso il proprio sesso, che può o no combinarsi con la transessualità come desiderio di cambiare il proprio sesso per adeguarlo al genere, il/la transgender intende acquisire delle caratteristiche del genere diverso dal proprio; e questa mappa proliferante di possibili incroci, nel disorientare, fa capire la forza e l’indomabilità del desiderio. Lo scenario che si prospetta è quello di una mobilità e varietà di congiunzioni, distacchi, raccordi di identità di genere articolate e complesse, in cui il corpo quale unità psicofisica è fonte di mutazioni e trasformazioni. Le ricerche mostrano però anche alcuni ritorni, in forme mutate, di bisogni identitari forti, legati alla genitalità fisico-biologica, come nel caso della figura del transessuale che riafferma il ruolo identitario del corpo e della genitalità fisica per validare la sua scelta di genere, così la figura del transgender può testimoniare una paura dell’indeterminatezza sino a delinearsi quasi come vittima dell’eterosessualità binaria. Nel dissolversi di identità di genere in continua trasformazione si materializzano corpi che contano, perché ci rivestiamo di essi nel gioco della ‘mascherata’ (Butler), e anche per la loro resistenza a essere ridotti a superficie, a nient’altro che ‘pelle’. La genetica e la biologia neoevoluzionista contemporanee hanno concorso a rimettere in gioco il corpo, e anche la figura del transessuale rimette in discussione la teoria di genere con la centralità che assegna al corpo, e che la manipolazione dello stesso, anche a fini procreativi, concorre a ratificare. Per tali vie il sesso sembra riacquistare incidenza sul genere attutendo la spinta propulsiva degli studi di genere. Il rapporto tra femminismo e studi di genere è oggi reso più complicato dal fatto che i secondi si sono per vari aspetti autonomizzati dal primo e tendono a includere gli studi femministi, delle donne e di storia delle donne. Si verifica però anche il contrario, perché la categoria di genere, se assunta nei suoi significati fondativi, appare esposta a una crisi sul fronte degli sviluppi delle nuove tecnologie, che invece sono al centro dell’elaborazione teorica femminista. Varie teoriche femministe già prima che affiorassero queste problematiche hanno espresso delle critiche ad alcune modalità dell’approccio di genere, sostanzialmente convergenti sulla sua scarsa duttilità, che lo rende poco adeguato a cogliere l’univocità dell’individualità sessuata e/o le sue continue metamorfosi. Nella sua più recente declinazione postmoderna il femminismo filosofico ha investito molto sul superamento delle categorie identitarie, pure per sottrarsi alla ricaduta nella logica del medesimo, e sulla sperimentazione creativa di identità poliedriche, in continuo farsi e disfarsi (passing). Sembrerebbe preferibile il temine soggetto seguito dall’attributo nomade, che comunque concorre a destabilizzare il genere. Si cerca quindi di proporre, come nel caso di Rosa Braidotti (teorica del soggetto nomade, che si richiama all’epistemologa femminista Sandra Harding) una concettualizzazione di identità e di soggetto che sia in grado di sfuggire alle secche dell’essenzialismo e del costruttivismo, per valorizzare le potenzialità espressive e trasformative di ogni vita umana.
http://www.treccani.it/enciclopedia/gender-genere_(Dizionario_di_filosofia)/
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