Lana Del Rey & la dark side d'America: la recensione di "Honeymoon"

Un disco noir carico di pathos e melodie struggenti: l'arte di fare un album non è ancora (del tutto) tramontata
Difficile trovare un'artista più distante della Del Rey dagli orizzonti adolescenziali del pop moderno. Basta guardarla sulla copertina del suo nuovo album in posa d'altri tempi su un mezzo della Starline, la società che organizza visite guidate alle case delle celebrità nella città degli angeli.
Lana, caso unico tra gli artisti di questo tempo, non strizza mai l'occhio alla dance, non si contamina con il suono mainstream e "vuoto" dell'ultimo decennio. Al contrario si tuffa in un universo sonoro che attinge alle colonne sonore di 007 e di Ennio Morricone, gioca con le suggestioni noir, parla di amori tormentati, di uomini crudeli, di disillusione
Attinge dal jazz e dall'R&B, cita negli archi le armonie della musica classica. Lo fa con quella sua voce dolente ed evocativa, con il piglio della grande interprete. Cita anche  Space Oddity di David Bowie, rilegge spoglandola di qualsiasi allegria Don't let me be misunderstood di Nina Simone, richiama un poema di T.S Eliot seguendo un percorso tutto suo, senza mediazioni. E regala melodie d'altri tempi nella struggente Salvatore.
Un album che va ascoltato e riascoltato. Non solo per la sua indiscutibile bellezza. ma perché restituisce all'arte di fare un album un senso compiuto, il senso della musica che emoziona senza stordire. Non è poco e non è nemmeno scontato. 
I tre brani cult: Music to watch boys to, High by the beach, God knows I tried.
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