Quella che si è conclusa a Torino la scorsa settimana è stata una delle edizioni di Da Sodoma a Hollywood tra le più riuscite degli ultimi anni, premiata anche da un pubblico affezionato, numeroso, attento, ma anche critico. PalmarèsOttimo il lavoro della giuria lungometraggi che ha incoronato davvero quanto di meglio offriva la sezione competitiva di questa 23esima edizione. Il miglior film, che ha ottenuto i 5.000 Euro del premio Ottavio Mai offerti da Fourlab, se li è aggiudicati l’argentino La León di Santiago Otheguy «per il suo impatto visivo, per la sua essenzialità narrativa e per la capacità di mettere in scena la potenza della natura incontaminata».
Il Premio Speciale della Giuria è andato al tedesco Was am Ende zählt (Nothing Else Matters) di Julia von Heinz «per il ritratto moderno e toccante del desiderio di due ragazze di crearsi una famiglia» ed al francese Les Chansons d’amour di Christophe Honoré «perché propone uno sguardo diverso sulla vita finalmente in grado di superare i confini del gender».
Concorso
14 le pellicole in gara che si contendevano l’onore del podio, e ad almeno 6 di loro va riconosciuto l’arduo compito di aver messo d’accordo pubblico e critica. Su tutti il capolavoro di Christophe Honoré Les Chansons d’amour, di cui parleremo in seguito. La León di Santiago Otheguy, straordinario dramma minimalista che attraverso dialoghi essenziali, campi lunghi, ambientazioni mozzafiato (da ricordare che il film è girato in digitale ed bianco e nero) racconta in 85 minuti la vita di una comunità che vive, lavora, sopravvive e si annoia su un’isola al largo del fiume Paranà. Pusinky di Karin Babinská, diplomatasi in quella fucina di talenti che è la Famu di Praga, racconta con sentito amore e partecipazione la fine dell’amicizia, e con essa della speranza di fuggire alla propria vita predestinata, di tre diciottenni, Iška, Karolína e Vendula, che non riusciranno mai a raggiungere in autostop l’agognata Amsterdam, meta e simbolo di una (im)possibile riscossa.
Was am Ende zählt (Nothing Else Matters) di Julia von Heinz, ancora un dramma al femminile riuscito e partecipe, ma in questo caso le due protagoniste, Carla e Lucie, riusciranno ad intravedere, grazie a loro stesse, alla loro forza di volontà ed al loro coraggio lo spiraglio di una vita migliore, di un lavoro, di una famiglia e di un amore (orgogliosamente senza uomini: fratelli, amanti o assistenti sociali che siano).
Were the World Mine di Tom Gustafson, splendido musical ispirato a Sogno di una notte di mezza estate, che risente forse dei limiti di riprese digitali davvero poco accattivanti, ma che mette in scena tutto l’amore per un genere che vorrebbe superare le difficoltà della vita e dell’adolescenza grazie all’illusione continua che tutti, nelle situazioni più avverse e disparate, inizino a cantare e ballare: meritatissimo premio del pubblico.
Ultima segnalazione per Spinnin’ di Use (Eusebio Pastrana), commedia spagnola ricca, ricchissima di argomenti, dalla voglia di essere genitori all’impossibilità di divenire adulti, dai rapporti d’amore al legame con il proprio quartiere, dalla violenza omofoba al dramma dell’Aids, dal cinema al cinema alla solidarietà tra sconosciuti, dal calcio ad un passato ingombrante. C’è davvero tutto, forse troppo, ma come ha giustamente detto il regista presentando il film: “Alla fine di ogni proiezione molti mi avvicinavano per dirmi che trasmetteva loro la voglia di abbracciare lo sconosciuto che sedeva loro accanto”. Anche questa è la magia del cinema, perfetto o imperfetto che sia.
Capolavoro
Un capitolo a parte lo merita la splendida opera di Christophe Honoré Les Chansons d’amour con un bellissimo Louis Garrel ed una convincente Chiara Mastroianni. In una Parigi dal fascino discreto ed avvolgente i due giovani amanti Ismaël e Julie, un po’ per noia, un po’ per anticonformismo, allargano il rapporto alla di lui collega d’ufficio Alice. Il rapporto prosegue sino alla tragica, improvvisa e prematura scomparsa di Julie. Ognuno vivrà in modo del tutto personale l’elaborazione del lutto, e per Ismaël, apparentemente freddo e distaccato, l’ancora di salvezza gli verrà offerta da Erwann, uno studente di college che lo travolgerà con la sua passione ed innocenza.
Il film, tra una canzone e l’altra (eh sì, proprio di un altro bellissimo musical si tratta), percorre leggero le passioni e gli amori dei protagonisti; Parigi, discreta e sullo sfondo, è il quarto amante, e quando la tragedia prende il posto della commedia, solo l’inaspettato può risanare le ferite, ma nel gioco di inseguimenti tra Erwann, e Ismaël, quel che conta davvero per lasciarsi andare è aver imparato la lezione, lo dice il protagonista, in una folgorante battuta finale, quando si abbandona ad un tenerissimo bacio con il giovane studente: “Amami un po’ meno, ma amami più a lungo”.
Amarcord
Festival vuol dire anche riscoprire, e, almeno per chi vi scrive, la sorpresa è arrivata dal film A Very Natural Thing di Christopher Larkin. Con una naturalezza ed una modernità sorprendenti, nel lontano 1973, Larkin (purtroppo suo unico film) racconta la storia di due ragazzi, che sullo sfondo del Gay Pride, vivono, maturano e vedono dissolversi il loro sogno d’amore. La conoscenza, la monogamia, le saune, la convivenza, ed ancora, la militanza, gli amici, la famiglia, sullo sfondo di una città friendly come già era New York; c’è tutto, e tutto è davvero “a very natural thing”, una cosa assolutamente normale. Da non perdere in dvd.
“Ma era gay?”
Lo riportiamo ad onor di cronaca: spesso il pubblico lamentava l’assenza della tematica omosessuale nei film proposti, o meglio, in alcuni dei film proposti. Il più controverso è stato il film in concorso Après lui di Gaël Morel in cui la tematica era totalmente assente: voler leggere in chiave omosex i 3’ in cui i due amici “protagonisti” sono insieme sullo schermo, prima che un tragico incidente spezzi la vita di uno di loro, è davvero una forzatura. Stessa considerazione si può fare per il giapponese, sempre in concorso, Ashita no Watashi no Tsukurikata di Ichikawa Jun, in cui l’amicizia (per di più vissuta attraverso email ed sms) di due giovanissime studentesse fa loro rispettivamente costruire una propria identità ideale basata più sulle aspettative (di genitori, insegnanti e compagni di scuola al limite del bullismo) che non sulle loro fragili e sensibili personalità. Altri i titoli che potremmo aggiungere a questa lista, ad esempio il bellissimo e teatrale Barcelona [Un Mapa] di Ventura Pons, ma siamo convinti che siano critiche relativamente ingiuste, perché nulla è immutabile nel tempo ed il concetto di film a tematica omosessuale va allargato ed esteso a campi di narrazione che prima non erano presi in considerazione da una rassegna tematica. Le Queer Culture su questo concetto costruiscono i loro stilemi, sempre e comunque, partendo dal presupposto che tutto è in costante mutazione, maturazione ed espansione.
Daniel N. Casagrande