"Prospekt’s March" dei Coldplay. In un piccolo disco, piacevoli perle

di Emanuele Rauco
L’avvento del cd e la morte del vinile, soprattutto del 45 giri, hanno portato la pratica del singolo a perdere un po’ di valore, visto che la canzone da lanciare, più una o due b-side o remix, non è materiale adeguato per il costo del prodotto. Così si è inventata la formula dell’EP, nient’altro che un singolo un po’ più corposo (6-7 brani), che però in realtà non costa molta più fatica produttiva del singolo, basta aggiungere qualche scarto di produzione e un paio di versioni alternative in più. A volte però possono uscire prodotti interessanti come questo lavoro dei Coldplay, uscito senza brani del loro ultimo album, Viva la Vida or Death and All His Friends, da promuovere,ma riempito di versioni alternative e brani inediti di discreta fattura, seguendo lo stile (anche visivo visto il ritorno di Delacroix in copertina) dell’album e aggiungendovi tocchi bizzarri, che a tratti convincono a tratti meno. L’andamento robusto, melodico e molto meno melenso, del loro quarto album, si ripropone in questo extended play attraverso canzoni scartate dalle sessioni di registrazioni dall’album, e che ne restituiscono – benché in minore – lo spirito di malinconia del gruppo che però vuole dare una svolta ritmica, se non proprio solare, al loro sound; ma quello che più interessa l’appassionato sono i riarrangiamenti, le riesecuzione, i remissaggi, le reinterpretazioni, in pratica il culto del non originale: e in effetti gli spunti di riflessione dagli innesti elettro-pop, agli innesti solari, fino alle aperture hip-hop. Anche se, in termini musicali stretti, le differenze tra Life in Technicolor II – che apre il mini-album, e la precedente che apriva il long playing, non sono riscontrabili in suoni e arrangiamenti, quanto nella presenza di un testo e di una struttura più classica. Le 4 b-side, come si diceva, non variano molto i temi del disco, tornando alle ritmiche più accese degli ultimi tempi (Glass of water), sia nella classica ballata conclusiva (My feet won’t touch the ground) affine alla loro firma musicale, mentre un po’ più ardite risultano le variazione elettro-latine di Rainy Day o la malinconia chitarristica di Prospekt’s March. Irritante l’aggiunta di una parte rap (di Jay Z) alla bellissima Lost, mentre l’Osaka Sun Mix proposto per Lovers in Japan da una ventata di aria fresca, vitalità estiva mista a malinconia sotterranea che aumenta il valore del disco. Il lavoro di Chris Martin come vocalist è un po’ sacrificato al suo talento pianistico, mentre emergono notevolmente le doti esecutive e compositive di Johnny Buckland (chitarra, synth), sempre più decisivo per l’evoluzione del gruppo. Ovviamente è un disco per collezionisti e fans, del quale tutti gli altri possono anche fare a meno, ma merita almeno un ascolto, per scoprire qualche sensazione nascosta dal successo consolidato di una band.
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