Il Sundance premia l'America oscura con Winter's bone

LORENZO SORIA
PARK CITY (UTAH)
Ha vinto la faccia oscura dell’America: Restrepo, un documentario shock sull’Afghanistan, e Winter’s bone, percorso iniziatico di una adolescente alla ricerca del padre, hanno conquistato il Gran Premio della giuria del 26° Sundance Film Festival. Restrepo, realizzato da due giornalisti di guerra, Tim Hetherington e Sebastian Junger, è un tuffo di rara violenza nell’inferno della guerra, vissuta assieme a un plotone di 15 soldati americani in una delle regioni più pericolose dell’Afghanistan. Winter’s bone, dell’americana Debra Granik, presenta il ritratto di una ragazza che attraversa la regione selvaggia delle montagne di Ozark per ritrovare suo padre, un trafficante di droga.
Centinaia di appassionati di cinema in coda con meno dieci sotto la neve fuori dal Eccles Theater e dal Library Center Theater e paparazzi impazziti dietro a divi come Kevin Costner, Orlando Bloom e Kristen Stewart, la protagonista della saga di Twilight. Il Sundance Film Festival nella sua 26ª edizione ha messo in mostra le sue due anime, di bastione anti-Hollywood e di manifestazione che ha fatto scoprire a Hollywood film come Sesso, bugie e videotape e Little Miss Sunshine, quella che vorrebbe tornare a radici più semplici e quella che riconosce di dover gestire una macchina che accoglie 40 mila partecipanti e 113 film.
John Cooper, al suo primo anno come direttore, ha aperto due sezioni che riflettono questa duplicità: «Next» dedicata a film costati meno di mezzo milione di dollari e che si sono assunti «rischi creativi», e «Spotlight», che ha esibito film già apprezzati in altri festival, come Il profeta e Io sono l’amore di Luca Guadagnino. Cooper ha anche adottato come nuovo slogan «Ribellione cinematografica», ma la prima ribellione è venuta dal pubblico quando il festival ha aperto con Howl, con James Franco nella parte di Allen Ginsberg che scrive L’urlo, il poema diventato il manifesto della beat generation. «Molti giovani della mia generazione sentono il bisogno di uscire dalla strutture rigide e di rompere le regole - sostiene Franco -. E sono attratti dai Beats». Ma gran parte del pubblico è uscito dalla sala prima della chiusura del film o è rimasto sbuffando.
Ma mentre gli Studios hanno eliminato la Miramax, la Paramount Vintage, la Warner Indipendent e le altre divisioni dedite a produrre film seri e a basso costo, la presenza di una star che porta attenzione a un progetto diventa sempre più necessaria. E dunque eccoli, a spasso per Main Street dentro strati di maglioni e i loro parka. Ryan Gosling e Michelle Williams offrono un deprimente ritratto di vita matrimoniale con Blue Valentine. In Sympathy for Delicious Orlando Bloom, diretto da Mark Ruffalo, recita la parte di un disc-jockey paralizzato che si mette nelle mani di terapisti che usano la fede religiosa. In The Company Men Jon Wells dirige Ben Affleck e Kevin Costner, che dopo avere fatto fuori i loro colleghi si ritrovano a loro volta senza lavoro. In Buried, Kevyn Reynolds è invece un camionista rapito in Iraq e per un’ora e mezzo lo osserviamo dentro una bara: lui, accendino e cellulare.
Poi c’è Kristen Stewart, in due parti molto diverse. In Welcome to the Rileys, è una stripteuse di New Orleans che James Gandolfini cerca invano di salvare. «Non è un film su una spogliarellista ma una finestra su un mondo di persone che non hanno altre scelte nella vita», sostiene. In The Runaways è invece Joan Jett, che a 16 anni ha fondato la band punk tutta femminile da cui prende il nome il film e anche qui abbiamo una Stewart insolita: si fa di coca, se la fa con Dakota Fanning e urina su una chitarra elettrica.
Per produttori, registi e attori arrivati nel freddo di Park City il sogno è diventare un caso che produce un’asta multimilionaria, di essere il nuovo Paranormal Activity, il thriller scoperto proprio qui l’anno scorso costato 15 mila dollari e che, solo negli Usa, ha finito per incassarne oltre 100.