Sono Franco (James) e voglio l’Oscar

SCENA 1. LOS ANGELES, INTERNO-NOTTE, DOMENICA 27 FEBBRAIO. Nel Kodak Theatre, che ospita la patinata cerimonia di consegna delle preziose statuette dorate assegnate dall’Academy, giunge l’atteso momento della premiazione della categoria del migliore attore protagonista. Tutto procede secondo copione e, tra le poltroncine rosse, il trionfatore designato, avvertito qualche attimo prima, si gode il momento di somma gloria preparandosi a ripetere il secondo fondamentale discorso della sua carriera, dopo quello che lo sta portando alla conquista dell’Oscar nel film di Tom Hooper. D’un tratto, inatteso, si materializza James Franco, il conduttore della serata, anche lui in nomination, che si avvicina a grandi falcate al centro del palco. Conquista il posto dietro il leggio, strappandolo all’annunciatore prestabilito dall’organizzazione con una scusa poco plausibile e un deciso colpo d’anca (“Piccolo cambio di programma, amici spettatori!”). L’artista, smanioso, si appresta ad aprire la fatidica busta contenente il nome del primo classificato, mentre la tensione diventa insopportabile. Le telecamere inquadrano il sorriso tirato di Anne Hathaway, l’altra presentatrice, virano sui visi stupiti del pubblico in platea, immortalano quindi l’agitarsi del vincitore legittimo, caduto in preda al panico, e infine convergono sull’interprete di 127 ore che, madido di sudore, annuncia con voce tremante: “And the winner is”. Pausa, smorfie di dolore, volto trasfigurato. “Colin F…”. Altra interruzione. Poi l’attore si lascia andare a un ghigno sinistro e, strappando la busta in minuscoli pezzi lanciati in aria, ispirato da un furore quasi mistico, urla a squarciagola: “James Franco”. Quella che avete appena letto non è la sceneggiatura di un nuovo e ansiogeno thriller hollywoodiano, né l’atto unico di una pièce teatrale shakespeariana incentrata su un sovrano, Colin Firth – il favorito nei pronostici per il successo finale, grazie alla prova offerta ne Il discorso del re – usurpato del suo titolo a causa di una congiura ordita da un principe di corte, James Franco appunto. Si tratta piuttosto di una variazione certo improbabile, ma da non escludere visto il temperamento del personaggio, sul programma della notte degli Oscar prossima ventura, in cui James Franco indosserà le vesti di uomo al comando dello show e candidato al premio di miglior attore protagonista per il ruolo dello sfortunato alpinista di 127 ore. Il finale di questa storia non è stato ancora scritto. Quando un nome cambia la vita Eppure era un timidone. Almeno così raccontano le cronache reperibili sugli anni della giovinezza di James Franco, nato a Palo Alto, in California, il 19 aprile 1978. Proprio per superare la sua timidezza, il giovane James, ancora studente specializzando in Inglese presso l’università della California, inizia a frequentare un corso di recitazione che abbandona dopo circa un anno per la disperazione dei suoi familiari, tutti ispirati dalla dea dell’arte (in particolare la madre, scrittrice di libri per ragazzi, ma anche il padre e il nonno, manager di successo ma solo nel ‘tempo libero’ dai loro interessi artistici). James tuttavia ritrova ben presto la strada che conduce verso la carriera di interprete, riprendendo a seguire i corsi di Ivana Chubbuck, insegnante di altre future star come Charlize Theron e Halle Berry. I primi passi non sembrano incoraggianti, considerato che le tante esperienze sul piccolo schermo si concludono dopo qualche fugace apparizione, come nel caso dell’esordio assoluto in Pacific blue, a cui partecipa per un episodio nel 1997, di X-Files, dove registra una presenza, o di Freaks and geeks, in cui recita per venti puntate prima che il serial sia cancellato dopo appena una stagione (1999-2000). La svolta, tuttavia, era scritta nel suo nome e arriva nel 2001, sempre grazie alla TV. Franco svela il suo talento prestando il volto a un altro leggendario James. Portando in scena il personaggio di Jimmy Dean, Franco vince il Golden Globe per la categoria del miglior attore in una miniserie o lungometraggio televisivo (nell’arco della sua carriera ottiene altre due nomination ai prestigiosi premi assegnati dai giornalisti iscritti alla Hollywood Foreign Press Association: quella per 127 ore, nell’ultima edizione, e quella del 2008 per Strafumati). La parte di James Dean lo mette in luce pure agli occhi di Robert De Niro che, proprio per quella prova, lo scrittura in Colpevole d’omicidio (2002). Il percorso sul grande schermo era iniziato già nel 1999 con la commedia leggera Mai stata baciata, al fianco di Drew Barrymore, ma rischiava di arenarsi a causa di alcuni titoli poco fortunati. Anche in questo caso, dopo qualche battuta a vuoto, Franco mette a segno un fuoricampo venendo inserito nel cast dei tre Spider-Man (2002, 2004, 2007) nel ruolo di Harry Osborn. L’aver partecipato alla mega produzione sull’Uomo Ragno firmata da Sam Raimi illumina la sua stella e così in breve James si ritrova sul set di The company (2003), diretto da Robert Altman, e di Tristano e Isotta (2006), girato da Kevin Reynolds. Nel frattempo la vita sentimentale del giovane e molto affascinante divo si colora di storie variopinte, spesso mai confermate, come quella con Sienna Miller, Jude Law (fidanzato storico della venere bionda) permettendo. Per quattro anni risulta legato a Marla Sokoloff, conosciuta sul set di Costi quel che costi (la sua terza fatica sul grande schermo). Poi dal 2006 appare in dolce compagnia di un’altra collega, Ahna O’Reilly, senz’altro ammaliante ma segnalatasi finora solo in opere del calibro di Herpes boy, (per fortuna) mai arrivato in Italia. Cinema e TV sono soltanto due delle grandi passioni di Franco, perché il suo eclettismo sfrenato si manifesta in altri rami artistici, in particolare nella scrittura, nella pittura e nella creazione di sculture, e lo spinge quasi all’insonnia per le troppe attività da curare. Sono ormai lontani i tempi in cui veniva fermato, in età adolescenziale, per il furto di un’acqua di colonia in un grande magazzino. Adesso è lui stesso a prestare il volto alle pubblicità dei profumi Gucci. Meglio strafumato, ma solo al cinema Il triennio che va dal 2005 al 2007 si rivela particolarmente importante per la maturazione di James Franco che, dopo numerose esperienze sul set, decide di lanciarsi in una nuova avventura, trasferendosi dietro la macchina da presa per tre titoli che nelle nostre sale non sono mai approdati. Il debutto alla regia, con esiti confortanti, avviene con Fool’s gold (2005); nello stesso anno dirige The ape, decisamente trascurabile; nel 2008 firma invece Good time Max, più apprezzato del precedente e passato in Italia nel 2007 al Taormina film festival. Le maggiori soddisfazioni nella nuova veste di regista gli arrivano però dai corti. Alla sua prima esperienza con The feast of Stephen vince nel 2009 a Berlino il premio per il miglior cortometraggio. Confortato dal successo nella rassegna tedesca Franco si dedica dunque con costanza ai film brevi, tanto da realizzarne tre, di cui ha scritto pure la sceneggiatura, nel solo 2010 (Herbert White, The clerk’s tale, Masculinity & me). Nonostante una tale serie di riscontri positivi sul fronte artistico, il poliedrico James ha di recente dichiarato in un’intervista di essere stato ‘salvato’ da una pellicola minore come Strafumati (2008) in cui, recitando in un cast effervescente e pieno di amici dei tempi dei suoi esordi, come Judd Apatow, è riuscito a ritrovare il gusto della recitazione dopo un breve periodo di ‘crisi’, che non gli aveva comunque impedito di partecipare a lungometraggi di spessore come la già citata trilogia di Spider-Man e Nella valle di Elah, del venerato Paul Haggis. Vicino alla meta Rinvigorito dallo sballo (cinematografico!) di Strafumati, l’astro di James Franco raggiunge il suo zenit. Nel 2009 l’attore californiano si afferma con una prova eccellente al fianco di uno Sean Penn da Oscar (il film ha vinto pure il riconoscimento per lo script) in Milk. Lo scorso anno viene scritturato in un trio di opere assai diverse ma ugualmente attese: Urlo, in cui fa rivivere Allen Ginsberg, poeta culto della ‘beat generation’; Mangia, prega, ama, commedia sbanca botteghino con Julia Roberts e Javier Bardem; 127 ore, di Danny Boyle, uno che di Oscar se ne intende visti gli otto conquistati nel 2008 con The millionaire, che gli vale la nomination per una prova intensa ispirata alla drammatica storia dello scalatore Aaron Ralston (che l’attore ha frequentato a lungo per prepararsi alle riprese). La sua agenda per il futuro è stracolma di impegni, a iniziare dall’adattamento di Sam Raimi della celebre favola del regno di Oz (previsto per il 2013), passando attraverso le numerose pellicole di cui firmerà la regia. Su tutte si segnala la biografia di Sal Mineo, attore divenuto celebre per il suo ruolo di spalla a James Dean – che ovviamente sarà interpretato da Franco nel biopic – in Gioventù bruciata. Dopo un 2010 spumeggiante la conduzione della notte di gala dell’Academy, peraltro mettendo a segno due record vista la sua contemporanea presenza tra i candidati e la giovane età, lo ha consacrato tra i massimi divi dell’empireo hollywoodiano. Manca ancora la statuetta dorata, ma fra poco più di 127 ore potrebbe capitare al suo principale antagonista, Colin Firth, e agli altri tre temibili rivali, Javier Bardem, Jeff Bridges e Jesse Eisenberg, di uscire dal confronto sconfitti.

Giuseppe Costabile

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