CANNES - Un mercoledì segnato dal film, e dalle dichiarazioni infelici su Hitler e il nazismo, del beniamino della Croisette Lars Von Tries. Ma anche dalla presentazione fuori concorso di La Conquista, l'attesissima pellicola sull'ascesa all'Eliseo di Nicolas Sarkozy. Sarkozy, conquista e solitudine. Pur nei limiti di un'opera che tenta l'impossibile (ridare credibilità all'avventura di un uomo politico che è ancora il presidente dei francesi e il cui profilo non è consegnato alla storia), rimarrà tra i momenti determinanti di questo festival di Cannes. Lo dirige Xavier Durringer (classe '63, cinque film alle spalle e un lungo tirocinio tv), al festival passa fuori concorso anche perché esce in contemporanea in tutta la Francia, ripercorre ascesa pubblica e caduta privata dell'uomo politico Nicolas Sarkozy mentre vince la battaglia per il potere e perde quella privata per l'amore di sua moglie Cecilia. Durringer e il suo formidabile presidente Denis Podalydes giocano su più registri, dalla commedia agra alla trama shakespeariana, ma si tengono ben distanti dal fuoco dell'attualità, pur usando spesso le parole, i tic, le caratteristiche inconfondibili dei veri personaggi, Sarkozy in testa. La mimesi è talvolta così impressionante che a un certo punto ci si domandase quello che appare nei tg transalpini non sia un imitatore del vero presidente. E ciò è ancor più sorprendente se si pensa che Podalydes ha fatto il minimo per assomigliare al suo soggetto: certo si è truccato, ha rubato attitudini e inflessioni del linguaggio, si è documentato con scrupolo, ma non si è tramutato in una maschera. E forse proprio questo gli consente di restituire umanità e credibilità al suo Sarkozy dello schermo. Teso come un thriller, emozionante come una storia d'amore che finisce male, a tratti esilarante e feroce, il film si lascia vedere con piacere anche da chi non conosce a memoria tutti i passaggi della recente storia politica francese: colpisce sopra tutto l'idea della solitudine del potere e del falso eretto a sistema di consenso. Proprio quella falsità che a un certo punto una donna normale non riesce più a tollerare e sceglie di lasciare non riuscendo più a distinguere nel suo uomo la linea di demarcazione tra ciò che è vero e ciò che si vuol credere tale. Lars Von Trier, voglia di scioccare. "Melancholia non è un film sulla fine del mondo ma su uno stato mentale, la depressione, che è quello della mia vita adesso": così Von Trier, Palma d'oro nel 2000 conDancer in the dark, ammette l'origine personale dell'ispirazione di questo film (in concorso), interpretato da Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg con Kiefer Sutherland e Charlotte Rampling. Anche se poi, nel corso dell'incontro, si lascia andare a osservazioni di molto dubbio gusto: "Capisco Hitler perché capisco l'uomo che è pieno di male. Sono contro la Seconda Guerra Mondiale e mi sento vicino agli ebrei, ma non troppo perché Israele è un problema". E ancora: "Credevo di avere origini ebraiche ed ero contento, poi ho saputo che non era esattamente così ed ho scoperto le mie origini tedesche, sono un po' nazista anche io e sono contento lo stesso". Il regista danese ha poi detto di "adorare l'architetto Albert Speer: aveva un grande talento. Come regista nazista - ha concluso in un discorso non-sense, in cui tra l'altro ha proposto a Dunst e Gainsbourg di fare le protagoniste di un film porno, di quelli che produce con la sua società - penso adesso ad un film sulla soluzione finale, per i giornalisti". Quanto al film, Melancholia è la storia di una sorta di catarofe personale, di un'apocalisse intima. E' la storia di due sorelle diversissime, interpretate dalla Dunst e dalla Gainsbourg. Accolto con consensi ma anche con perplessità della platea di cronisti.