Singing in the irish mist

Steven "Indiana" Spielberg si è detto "ispirato" da questo piccolo film e la canzone originale "Falling Slowly" ha vinto l’Oscar 2008. Negli Usa ha incassato 10 mln di dollari, dieci volte per esempio lo sfortunato debutto in inglese di Wong Kar-Wai con My Blueberry Nights. Per essere un piccolo musical urbano irlandese, che promette di essere una storia d’amore ma resta un castissimo rapporto d’amicizia, Once (Una volta) ha spiazzato molti. Anche perché nasce da congiunture curiose che rendono particolare il progetto. Infatti il regista John Carney, ex bassista dei dublinesi "The Frames", ha preso due musicisti di quello stesso gruppo e li ha fatti recitare sulla falsariga della loro esperienza (artistica): persone con pene d’amore (e chi non ne ha), due solitudini che per un attimo si incontrano e una passione per la musica che li fa volare più in alto delle loro miserie. Abbozzati come in una canzone e senza un nome, lui è tornato da Londra col cuore spezzato dalla sua ex ragazza, lei è una ragazza madre della Repubblica Ceca, che tira avanti vendendo rose e facendo pulizie. Entrambi baciati dal talento musicale (rispettivamente chitarra e piano), scrivono e registrano alcuni brani sperando nella fortuna. O meglio: libero lui di tentarla, incatenata lei dai doveri famigliari.
Puliti, spontanei, spesso spiati tra la folla ma senza imbarazzi i due protagonisti, il rosso Glen Hansard, frontman dei Frames e Marketa Irglova, la loro appena ventenne polistrumentista ceca con un curioso inglese. Il film sembra un doc sulla registrazione di un album – con padri nobilissimi e inarrivati in Van Morrison e Jeff Buckley - con le sessioni di prove, i lampi dell’ispirazione, i momenti da videoclip. Per esempio lei che canta in ciabatte e vestaglia in piano sequenza notturno girando l’isolato come in "Bitter Sweet Symphony" dei Verve. Quello è uno dei momenti esteticamente più audaci, per il resto Carney inserisce il cantato in situazioni più reali possibile, rifuggendo lo stacco totalmente surreale che in genere usano i musical. Anche perché ha l’ambizione di ancorare la storia con qualche veritiero inserto "working class" sull’immigrazione in città (i ragazzi stranieri che guardano soap inglesi per imparare la lingua) o la spoglia bottega del padre vedovo di lui. Un film ibrido con uno stile semplice e immediato, pieno di educazione e buoni sentimenti come neanche in Cenerentola. Effetto collaterale: non riuscirete a togliervi dalla testa la canzone.
Pasquale Colizzi