Springsteen, Rem, CSN&Y per una buona causa

Succede che a volte la musica è in grado di cambiare in meglio e concretamente la vita delle persone meno fortunate. Raramente, ma succede e questo è uno di quei casi. Basterebbe ciò a favorirne l’acquisto. La Bridge Schoolnasce da un’idea di Pegi Young (moglie del più noto Neil),Jim Forderer e della logopedista Marylin Buzolich, di dare vita a una struttura scolastica in grado di accogliere bambini affetti da malattie motorie e di comunicazione.
Ovviamente il progetto necessitava di fondi, da qui l’idea del rocker canadese di organizzare un primo concerto chiamando a raccolta una serie di artisti a lui più o meno vicini. Nasce così, per caso, una manifestazione, ripetuta poi ogni anno con successo e divenuta un vero e proprio evento, a cui gli artisti invitati rispondono sempre con entusiasmo e.... gratuitamente.
Quindi dopo la prima edizione del 1986 alla quale parteciparono numerosi artisti tra cui Bruce Springsteen, Tom Petty, Don Henley (Eagles) e Crosby Stills & Nash, ne seguirono molte altre tutte di grande spessore artistico e caratterizzate dalla veste acustica delle rappresentazioni.
Il disco in oggetto (disponibile anche in triplo DVD) raccoglie alcune tra le migliori performance di tutte le 25 edizioni sino a qui tenute. Oltre allo scopo benefico, il cd merita di essere comprato perché al suo interno potrete trovare alcune versioni di assoluta bellezza di brani già conosciutianche se il fatto che le stesse si riferiscano ad esibizioni molto distanti negli anni e di artisti così diversi, sottrae al tutto una certa uniformità favorendo la dispersione: difficile infatti far coesistereToni Bennet con i Fleet Foxes anche se la veste acustica riavvicina gli estremi.
L’inizio del disco è abbastanza scioccante: chi non ha mai sentito Born in the USA del Boss in versione acustica rimarrà certo spiazzato, ma al secondo ascolto non potrà non apprezzare l’essenzialità dell’esecuzione che dona una luce nuova al brano che si riappropria in questo modo del suo vero significato che è ben lungi da quello di essere un inno alla “way of life” americana.
La successiva Too Much della Dave Matthews Band è gradevole ma nulla di più: in questo caso la versione acustica sottrae sostanza al pezzo più che evidenziarne la bellezza mentre è una sorpresa assoluta Magic’s in the Makeup dei No Doubt, un gruppo pop che non lascerà alcun segno di sé nella storia della musica ma che invece offre, nella circostanza, una bella prova.
Mentre Jack Johnson, un altro artista un po’ troppo “leggero” e la sua Gone non raccolgono le mie attenzioni, la successiva esibizione dei Fleet Foxes in Blue Ridge Mountains mi lascia del tutto estasiato. Armonie straordinarie che più dolci non si può, voci che non ti togli più dalla mente contribuiscono ad una resa che rappresenta l’apice del disco.
Love and Only Love del padrone di casa Neil Young è bella ma abbastanza scontata mentre i Sonic Youth con la loro Rain on Tin convincono: otto minuti di un brano quasi esclusivamente strumentale veramente coinvolgente che ti viene voglia di risentirlo immediatamente appena finito e che ti lascia al termine dell’ascolto quasi stordito.
I Pearl Jam e la loro Better Man ci regalano una bella esibizione, con un finale in crescendo, e conEddy Vedder che in alcuni spezzoni del brano sembra Peter Gabriel . Uno dei punti più alti del disco viene raggiunto con la successiva The Way it Will Be cantata da Gillian Welch tornata ad incidere nel 2011 con un bellissimo disco e che dimostra la sua attitudine alla dimensione acustica: voce emozionante, melodie arrivate da lontano per un pezzo assolutamente straordinario.
Contro ogni mio pronostico, anche i REM (con Neil Young) forniscono una prova convincente dimostrando di essere nella circostanza assai ispirati e non debordanti come spesso negli ultimi tempi gli capitava. Il lungo intro strumentale di Country Feedback è molto bello e la voce di Michael Stipe è tesa e incisiva come poche altre volte mi è capitato di sentire.
Willie Nelson offre una prova piuttosto noiosa: certo negli Stati Uniti è un’istituzione per cui non inserirlo sarebbe stato commercialmente sbagliato, però la canzone non “prende”. Chiude il primo disco Nils Logfren ( uno dei chitarristi della E Street Band) che offre una bella versione della notaCry Just a Little.
Il secondo disco apre con Sarah McLachlan: Elsewhere è una ballata delicata, rarefatta, cantata con voce delicata, mentre la successiva Get Back esibita da Paul McCartney è come tutti la vorremmo sentire e la versione acustica non toglie nulla ad una canzone di per sé perfetta. A Dream Come True di Leon Russel ed Elton John è un boogie piacevole ma nulla di più, mentre i Band of Horsesdanno una versione di Marry Song abbastanza scialba.
L’inferno si scatena invece con i Metallica che nonostante il vestito acustico sfoderano una versione assai grintosa di Disposable Heroes, mostrandosi del tutto a loro agio. Thom Yorke in onore del padrone di casa sforna una versione discreta di After the Gold Rush. Purtroppo il confronto è perdente sin dall’inizio e qualche incertezza nella esibizione canora rende il tutto non essenziale.
La volenterosa Sheryl Crow, con la sua voce sottile, canta the Difficult Kind, nonostante la presenza inattesa di un violino il brano è noioso e, francamente, inutile. Del tutto fuori luogo, nell’economia del disco è Toni Bennet che, nonostante sia uno dei miei artisti preferi, qui sta come i cavoli a merenda.
Ed ecco la testimonianza sonora che molti aspettavano: la reunion di CSN&Y, che dopo molti anni di separazione approfittano dell’occasione per esibirsi in una versione (purtroppo non memorabile), del classico Déjà Vu.
Norah Jones rappresenta certamente un potenziale commerciale ma la sua esibizione (Jesus, etc) è anonima. Jonathan Richman è un pazzo che dopo aver inciso un primo disco che può considerarsi una pietra miliare per tutta la New Wave degli anni 80, ha intrapreso una carriera fatta di dischi acustici e minimalisti dove la semplicità e l’ironia dei testi la fanno da padroni. Il titolo del brano I was Dancing in a Lesbian Bar la dice lunga sulle intenzioni del nostro, ma il pubblico pare gradire e divertirsi molto, io un po’ meno.
Siamo oramai arrivati quasi alla fine: Brian Wilson non mi è mai piaciuto a differenza dei suoi Beach Boys, mentre invece è sempre stato incensato dalla critica. I casi sono due: o non capisco niente io (ed è probabile) o altri sono troppo accondiscendenti. La versione di Surfin USA è divertente ma complice anche una registrazione non troppo di qualità non lascia il segno. Chiudono gli Who con Won’ t Get Fooled Again, bella e trascinante: Pete Townshend e John Entwistle sono in grande forma e così anche Roger Daltrey.
E così dopo oltre due ore di musica si arriva al termine di un disco discreto, costellato da alcune esibizioni memorabili e da altre poco significative. Meglio sarebbe stato un disco singolo. Comunque se lo comprate fate una buona azione e, ad ogni modo, non dico che Bruce Springsteen, i Fleet Foxes e Gillian Welch valgono da soli l’intero disco, ma poco ci manca....
Brother Giober