La calda primavera di Barcellona si specchia nelle facce beate di Thom Yorke e Nigel Godrich. La sera prima si sono divertiti come due ragazzini remixando (e cantando) pezzi di Radiohead e Atoms for Peace e poi selezionando un’improbabile dancefloor con i Beastie Boys mischiati alla colonna sonora di Boogie Nights. In libertà totale, come due qualsiasi deejay dietro ai propri pc.
Libertà da se stessi, dai Radiohead soprattutto, la creatura che hanno contribuito a creare ma dalla quale sfuggono sempre più spesso. Sarà per questo che tre anni fa, quasi casualmente i due (cantante il primo, produttore e tastierista l’altro) si sono ritrovati a fare una jam con vari amici e quella jam è diventata il progetto più eccitante per Yorke: gli Atoms for Peace (in Italia il 16 e 17 luglio a Roma e Milano), assieme a Flea dei Red Hot Chili Peppers, il percussionista Mauro Refosco e Joey Waronker, uno che ha lavorato anche con i Rem e Beck. Una rinascita.
Yorke è un altro da qualche anno: più aperto, non fugge le interviste, non si schernisce, ride, se la gode, forse si è anche messo a fare un po’ di palestra visti i bicipiti sensibilmente accennati. Vicinanza del muscolare e kundalinico Michael Balzary? Probabile, visto che Flea ha anche tentato (inutilmente) di insegnargli il surf, vero? (ridono fragorosamente): «Sì è vero, sono andato a fare surf con lui ma faccio davvero schifo! Io ne ho approfittato per portare mio figlio di 12 anni che ovviamente è già più bravo di me. Avendo cominciato così tardi sono davvero scarso in modo imbarazzante».
E dal punto di vista musicale cosa ti ha insegnato Flea?
Thom: «Ha un’energia incredibile ed è sempre molto concentrato. Quando suono con altri e specialmente con Flea, mi rendo conto di quanto poco preciso e concentrato io sia. Quando sto con i Radiohead spero soltanto che quei poveri ragazzi sappiano cosa sta succedendo, perché io non lo so mai molto bene. La parte migliore di questa esperienza è che loro portano così tanta energia! Un’energia molto diversa da quella dei Radiohead che è una band sperimentale e melodica. Qui invece c’è così tanto ritmo». Aggiunge Nigel: «Flea, Waronker e Refosco sono tecnicamente molto forti e questo musicalmente potrebbe persino essere un difetto. Almeno per noi che veniamo da un’altra scuola. Io e Thom siamo inglesi ed abbiamo un’attitudine davvero differente. Noi ci lasciamo trasportare dalla sensazione, dal feeling. Loro invece chiedono cose molto specifiche, sono dei super professionisti. La musica è molto complicata, quindi per loro è una sfida e si divertono molto, perché hanno la capacità di suonarla. È come una macchina un po’ pazza».
C’è molta fisicità nel «nuovo» Thom Yorke, uno che per anni ha quasi negato la fisicità. Come funziona il momento live assieme a Flea, che con i Red Hot ha fatto dell’atletismo sul palco una parte fondamentale del suo impeto funk-punk?
Thom: «All’inizio avevo molti dubbi, poi, quando abbiamo fatto il primo spettacolo in questo piccolissimo club di Los Angeles che si chiama Echoplex, ero preoccupato perché a malapena c’era spazio per noi sul palco. Mi volto e all’improvviso vedo Flea che corre su e giù come un pazzo, mi guarda e mi dice: “non so dove andare!” (ride). Nella mia band di solito sono io quello che si muove sulla scena, e ora ecco che arriva lui che si muove molto di più, mi ha spiazzato!» Nigel: «L’intero progetto ha che fare col movimento, l’energia cinetica, l’idea che il ritmo sia una parte dominante. Ecco perché la scelta di Flea è stata così azzeccata. Perché lui ha un modo di suonare così ritmico che si adatta perfettamente alla musica».
Ascoltando la vostra musica viene spontaneo pensare che lo scopo di Thom Yorke sia quello di creare l’armonia con il ritmo... è possibile?
Thom: «L’idea iniziale era solo quella di stare insieme tre giorni e divertirsi. Invece ci ha sorpresi scoprire quanta musica c’è nelle semplici cose che Refosco e Waronker creavano suonando ritmiche strane che poi rielaboravamo al computer. Sono d’accordo con te quando dici che senti l’armonia nel ritmo. Succede soprattutto nei grandi spazi, con i volumi sparati, quando la tua testa è predisposta in un certo modo. È una sensazione musicale che mi ricorda le prime cose dei Joy Division o dei Rem, quando riuscivo a sentire molto più di quello che realmente veniva suonato. Ma il ritmo è la mia ossessione. Me ne resi conto qualche anno fa, quando con i Radiohead cambiammo decisamente direzione, grazie anche all’apporto di Clive (Deamer, Ndr) con le sue batterie elettroniche, il basso elettrico e quant’altro. Capii come cantando potessi essere estremamente melodico cambiando semplicemente il tempo. Tutto si trasformava da buono a incredibilmente eccitante!».
La musica è matematica?
Thom: «Lo è. Sono andato poco fa a vedere la Sagrada Familia, la cattedrale. Ho letto come l’architetto Gaudì aveva disegnato queste forme così organiche. E per me il tetto dell’edificio è musica. Per disegnare sulla pietra quelle forme ha dovuto usare linee dritte per creare le curve. E questo per me è musica».
La solitudine è buona consigliera in fatto di composizione?
Thom: «Sì, questa è la meraviglia del processo di creazione della musica elettronica: startene a lavorare a lungo in studio con i tuoi mille dettagli in solitaria sul tuo computer e poi riuscire a mostrare al pubblico qualcosa di creativo, di interessante e farlo accadere in diretta. Da ragazzino il mio primo demo lo feci da solo e lo mandai ad una rivista free press. Dopo un mese lo vidi in copertina: ecco il demo del mese, chi sarà questo ragazzo che assomiglia a Neil Young? Oddio! Io neppure sapevo chi fosse Neil Young!».
Sei passato da un disco solista, Eraser, ad un’altra band, Atoms for peace. Questo significa che preferisci collaborare con altri piuttosto che fare da solo?
Thom: «Innanzitutto Eraser era comunque un lavoro fatto insieme a Nigel. Io avevo solo un po’ di materiale sul mio computer registrato mentre ero in tour coi Radiohead e Nigel mi ha aiutato ad assemblarlo. Il mio futuro non lo so, vivo al momento e non ho voglia di pensare al futuro né dei Radiohead né degli Atoms for Peace, tutte le strade sono aperte. La verità è che divento pazzo se lavoro da solo. Sono molto bravo a generare idee, il mio computer ne è pieno. Ma se devo finirle ho bisogno di qualcun altro. Soprattutto per quanto riguarda la musica elettronica».
Insomma, Thom ha bisogno di Nigel e viceversa. Coppia perfetta?
Nigel: «Lui ha sempre moltissimo materiale. E io magari trovo uno spunto per farlo partire. Ma di solito il momento in cui discutiamo è quando io cerco di chiudere un progetto e lui si arrabbia perché non crede sia ancora completato, Thom non riesce a mettere la parola fine alle cose. In conclusione il motivo per cui funziona è che è ancora veloce, divertente, entusiasmante. È una delle relazioni più facili da gestire della mia vita».
Ieri sera si ballava molto durante il vostro set. Considerate Amok un disco per ballare?
Thom: «Sì, assolutamente. Non ha altro scopo. È un periodo in cui ascolto fin troppa dance. Anche a casa si lamentano. “Ma perché ascolti musica da discoteca alle undici del mattino?”». (ride)
Facevi il deejay anche ai tempi della scuola. Che musica mettevi?
Thom (ride): «Era poco prima che esplodessero i Nirvana e le cose che suonavo erano tutte le cose elettroniche della Warp Records. Arrivavo sempre ubriaco perché tanto sapevo che la gente sarebbe venuta a richiedere roba tipo i Pogues o cose simili. E così l’ultima ora era sempre: ok, suoniamo questa musica di merda!».
La domanda da un milione di dollari per il leader di una band che ha contribuito a decostruire la canzone pop: hai una definizione per «canzone pop»?
Thom: «Non ne ho idea. Anche perché non ne facciamo una dal 1993!». (altre risate)
Ma ti piacciono le canzoni pop?
Thom: «No».
Neanche le canzoni dei Beatles?
Thom: «Ma quelle sono troppo belle per essere definite canzoni pop. Noi non passiamo neanche per radio e lo considero un complimento. La verità è che oggi pop è diventata una parolaccia. Se tu parli di musica pop nella cultura popolare credo che meriti un certo rispetto e ogni generazione ne produce anche la versione di quart’ordine. Ma oggi il divario è diventato ancora più grande. Se guardi quella che in America chiamano Top Forty, sembra incredibile che ci sia chi ascolta quella roba. Non credo che possa interessare a chi sia davvero appassionato di musica».
Quanto è semplice la vita di Thom Yorke?
Thom: «Vorrei che fosse semplice. Ho scoperto di avere bisogno del contatto con la natura, dei grandi paesaggi, almeno per un paio di mesi l’anno. Altrimenti mi deprimo. Adoro dipingere in solitudine, mi piace Kandinsky, ma sono negato. Non mi piace la vita in città. Credo sia a necessaria ma non mi piace».
E senti di avere una responsabilità, come artista?
Thom: «Di recente abbiamo avuto i funerali di stato per la Thatcher che hanno fatto arrabbiare molti, me compreso. In questi casi ho davvero voglia di dire la mia, ma penso anche che sia inutile. Un ruolo sociale? Non so. Vorrei, ma da dove cominciare? Siamo stati governati da un branco di imbecilli. Qui in Spagna è tornata la destra e Dio solo sa cosa succede da voi in Italia. Credo che la situazione vada oltre le mie possibilità».
